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Il razzismo sta nel linguaggio o nell’intenzione?

“Non è che ‘negro’ è il problema. Non è la parola, non è lingua. La ‘n word’ la chiamano adesso. ‘Negro’. Non si può più dire ‘negro’. E fino a quando non cureremo dall’ignoranza quelli che dicono ‘gay’, ‘ricchione’, ‘negro’, ‘nero’ con fare dispregiativo – che è quello il problema – ci resta un’unica soluzione: l’autoironia”.

Questo hanno detto Pio e Amedeo, duo comico, poche sere fa in prima serata su Canale 5.

Ma anche, rivolti ad Achille Lauro: “Ti piace la fica?”. Poi si sono slinguazzati, hanno inscenato un matrimonio tra due uomini vestiti da sposa e altre cose di questo tenore.

E quando ancora facevano il programma Emigratis, rivolgendosi alla ‘gnagna’ (due ragazze per strada): “Ti do il dolcetto a te, ti offro il cannolo. Ti piace prendere il gelato? Che tipo di intimo porti: slip, culotte o perizoma?”. E giù risate preregistrate. Giusto per avere un po’ di contesto.

Parlano due esperti di comunicazione e di linguaggio inclusivo, insomma.

La questione, però, è seria: il razzismo sta nel linguaggio o nell’intenzione?

Se dico ‘finocchio’, ‘checca’, ‘cicciona’, ‘culona’, ‘racchia’, ‘culattone’, ‘buliccio’ e simili, ma lo faccio ridendo e scherzando con gli amici, sono razzista o sono una simpatica guascona?

Il problema è che… sono d’accordo.

Sono d’accordo con Pio e Amedeo quando dicono che il razzismo si palesa nell’intenzione. Aggiungo, però, che si nasconde nell’espressione.

Perché devo dire ‘negro’, se so che la comunità nera ne sarà offesa; se so che quella parola, per chi è nero, ha un significato e si porta dietro del dolore? Perché devo dire ‘frocio’, se so che la comunità gay si risentirà, ci starà male, si sentirà discriminata?

Non esistono altre parole? Queste sono le più buffe che siamo riusciti a trovare?

Non esistono altri argomenti? Altre gag divertenti da mettere in campo?

Sono d’accordo con Pio e Amedeo: aspettiamo il giorno in cui il mondo sarà un posto così pacifico e accogliente da permetterci di scherzare su questi temi, in libertà. Ma quel giorno non è oggi. E non sono due maschi bianchi ed eterosessuali a poter parlare a nome di comunità di cui non conoscono storia, sofferenze e opinioni.

Parlano di autoironia.

L’autoironia che devono avere i negri e i froci, quando i gruppetti al bar li indicano e ridono di loro. L’autoironia che devono avere le ciccione e i ciccioni, quando vengono bullizzati.

Chiudo con le parole di Vera Gheno che, come sempre, sono perfette: “Una cosa giusta quei due l’hanno detta: le parole vanno valutate in base al contesto, all’interlocutore, alle intenzioni comunicative. Peccato che poi abbiano sbagliato contesto, interlocutore e intenzioni comunicative”.