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Storia perfetta dell’errore, Roberto Mercadini

Le mie note

“Si dice di una persona che è ‘lunatica’, cioè che è emotivamente instabile e ha improvvisi sbalzi d’umore, per l’antica superstizione secondo cui l’epilessia e l’insania sarebbero condizionate dalle fasi lunari. Una supposizione priva di qualsiasi riscontro scientifico. Succede il contrario: i meteoropatici, semmai, hanno l’umore che sale e scende a seconda che splenda o meno il Sole. Si dovrebbe dire di una persona instabile che è ‘solatica’.”

“Insomma, la gente dovrebbe rivedere le sue idee sulla Luna. E magari cominciare a dire di una persona che è lunatica per intendere che è solida come una roccia e perfettamente affidabile.”

“L’ebraismo è l’unica religione più laica dell’ateismo. Una religione in cui Dio non può essere neppure nominato. In cui, se parli di qualcosa nominandola, allora quella cosa non può essere Dio.”

“Nella yeshivah, la scuola rabbinica, l’usanza è di studiare un testo in coppia con un compagno, uno di fronte all’altro. Uno contro l’altro, in un certo senso. Il primo studente formula un’ipotesi di interpretazione, l’altro ha il dovere di contraddirlo. Si studia così: discutendo. Vigorosamente, rumorosamente, a volte urlando e arrivando a perdere le staffe. Se poi il passo è troppo difficile e nessuno dei due studenti riesce a formulare una sua interpretazione, chiamano in soccorso il rabbino. Quest’ultimo li aiuta fornendo, dall’alto della sua maggiore esperienza, la propria lettura; e allora il compito degli studenti è di confutarlo con forza.”

“C’è, più di tutte, una parola ebraica che Selene ama e ha sempre in testa: kavanah. La kavanah è il trasporto, la veemenza, la partecipazione interiore, il coinvolgimento emotivo con cui si fanno le cose: eseguire un precetto, pregare, cantare. Tutto deve essere fatto con kavanah. Non è lecito leggere la Bibbia in silenzio, bisogna leggere ad alta voce. Tanto che nella tradizione ebraica la Bibbia non è chiamata La Scrittura, ma Mikrà, La Lettura. Non si può pregare da fermi, bisogna muovere il corpo, oscillare avanti e indietro, piegarsi e raddrizzarsi incessantemente. Ma, soprattutto, bisogna metterci l’anima.”

“È questo che accade, anche quando non ce ne accorgiamo; le storie contengono altre storie. Che contengono altre storie. Che contengono altre storie. Le storie si toccano, si chiamano, gettano luce l’una sull’altra. Ed è così che giungono fino a noi. È così che ci coinvolgono e ci commuovono: toccano la nostra storia, la chiamano, ci illuminano. A volte con un fioco bagliore, a volte scatenando esplosioni di luce. Se così non fosse, semplicemente, nessuna storia potrebbe interessarci. Ogni racconto risulterebbe, a chiunque, estraneo. E mortalmente noioso. La narrazione non avrebbe altra utilità se non indurre il sonno. E allora tutto verrebbe, a ragione, per sempre dimenticato.”

“Voglio dire: se a uno capita, qualche mattina, di svegliarsi e di sentirsi strano, be’, non c’è da meravigliarsi. È molto più meraviglioso che tutti gli altri giorni gli sembri di esserlo, normale. Non lo siamo.”

“Il testo biblico dice che Dio ‘dispose’ un pesce per Giona. Il verbo usato in ebraico è manà; indica un conteggio, un calcolo, un progetto. Il mostro è stato fornito, procurato, procacciato a Giona. Infatti, mentre Giona piange e si dibatte nelle tenebre del suo stomaco, il pesce lo protegge dall’annegamento, lo trasporta a una velocità sovrumana – è il caso di dirlo – sulla terraferma, lo libera vomitandolo a riva. Non solo lo ha sottratto alla morte. L’ha riportato nella direzione giusta.”

“Se un’opera lo lascia perplesso o indifferente, pensa per prima cosa di non essere riuscito a comprendere le intenzioni dello scrittore.”

“Pietro si trova agli antipodi antropologici rispetto a coloro che si avvicinano anche a classici augusti senza la benché minima deferenza o cautela, pretendendo anzi che i suddetti gli procurino in fretta un’adeguata dose di svago e di relax. E lasciano sui siti di commercio elettronico recensioni del romanzo appena letto con lo stesso identico piglio di chi giudica il servizio offerto da un centro benessere, da uno stabilimento balneare, da un bar in cui si consumano aperitivi. Tanto per fare qualche esempio, c’è chi scrive in merito a I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij: “Noioso. Per tutto il libro, l’autore si è perso in descrizioni. Tranne pochi piccoli momenti, il libro ha una trama lenta e pesante”, o: “Il giudizio che esprimo su quest’opera è piuttosto negativo. Poche volte ho desiderato arrivare alla fine di un libro per sfinimento, e questo è uno di questi casi! Il racconto in sé è anche piacevole (un omicidio, un imputato, qualche colpo di scena), ma è talmente prolisso e denso che ha reso questa lettura una delle più noiose della mia vita!”. E su Anna Karenina di Tolstoj: “A parte la difficoltà dei nomi, un libro abbastanza piacevole”. E su Guerra e pace: “Sinceramente mi aspettavo di più da quest’opera”, ma anche: “Per leggerlo bisogna impegnarsi come a scuola. Per me leggere è svago e piacere. Con questo libro non l’ho trovato”. Su Moby Dick di Melville: “Il libro parte bene ma si dilunga troppo in descrizioni di cetacei e barche, con termini troppo settoriali”; “È un’accozzaglia di capitoli insulsi dove la descrizione di baleniere, megattere, capodogli e spermaceti la fanno da padrone, tralasciando invece la vera essenza epica del romanzo. Moby Dick viene catalogato come il più famoso romanzo della letteratura americana e molto spesso viene fatto leggere ai ragazzi nelle scuole nel periodo dell’adolescenza, sotto forma di avventura, ma a mio avviso questa non si può considerare tale, a causa del fatto degli innumerevoli capitoli descrittivi, che portano con il tempo il lettore a odiare il romanzo e abbandonarlo prima della fine”. E su Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald: “Ho visto il film e tutta presa ho voluto provare a leggere anche il libro… Sono arrivata alla festa generale e non ce l’ho più fatta a proseguire… pesantissssssimo… Però il film con Leonardo DiCaprio è fighissimo…”, o: “Carino ma mi aspettavo di più. Storia molto semplice, poco calata nella realtà e con troppi cambi di scena. Non l’ho apprezzato molto”, o: “Parte un po’ lento e si fa fatica a seguire la storia, si riprende un po’ nella parte centrale con colpo di scena finale ma complessivamente la storia non mi colpisce più di tanto”, o: “Noiosetto. Mi aspettavo un libro più avvincente. Invece mi è sembrato abbastanza noioso. La nota positiva è che almeno non è lungo”. Se a Pietro capitasse di leggere questi commenti, lo coglierebbe un senso di sottile imbarazzo.”

“Noi esseri umani siamo della genia di chi è pieno di errori, di chi sbaglia, è goffo, si caccia nei guai e deve cambiare strada, siamo della razza di chi muta e si trasforma. E compie metamorfosi assurde. Per esempio, abbandona le acque per la terraferma.”

“C’è una cosa che davvero non riuscivo ad accettare, ed è che, nella Bibbia, Dio chiama sempre la persona sbagliata.”

“Abbiamo bisogno di allontanarci da tutto quello che sappiamo di noi stessi per raggiungere ciò che siamo davvero? Possiamo incontrare noi stessi solo molto oltre quelli che crediamo essere i nostri confini?”

“Michelangelo è stato un pittore così grande, così originale, proprio perché ha dipinto da scultore e non da pittore. È stato un pittore così immensamente unico e diverso da tutti gli altri proprio perché, in un certo senso, non era un pittore; e nella pittura si sentiva un pesce fuor d’acqua.”

“Siccome Davide è povero e non può pagare il prezzo nuziale, Saul dice: «Vabbè, non fa niente, invece della somma dovuta mi porti cento prepuzi di filistei uccisi in battaglia». Cento prepuzi per sposare la principessa. Ora, io non ho mai combattuto in una battaglia dell’età del bronzo, ma immagino che sia una ben dura cosa.”

“Gli aveva affibbiato mentalmente un soprannome: Belzebù, dall’ebraico Ba’àl-zebub, ossia ‘Il Signore delle mosche’. Non è dato sapere se sia lecito ritenere quell’incontro l’inizio di un corteggiamento.”

“E la Bibbia continua: “Dio scese a vedere la città e la torre che stavano costruendo”. Ecco un’altra immagine che mi disorienta, un’altra cosa difficilissima da accettare. Come immaginiamo Dio, tradizionalmente? Come un vegliardo, dalla barba fluente e candida. E cosa va a fare costui? A vedere la città e la torre che gli uomini stanno costruendo. Io, con invincibile imbarazzo, mi sento istigato a immaginarmi Dio come uno di quegli anziani fermi a osservare i cantieri edili nelle nostre città. A rafforzare l’assurda analogia è il fatto che a Dio il cantiere non va bene per nulla.”

“È vero che possiamo non comprendere un uomo che parla una lingua straniera, ma capiamo che sta parlando. E se sta parlando, allora sta esprimendo pensieri e sentimenti. E se sta esprimendo pensieri e sentimenti con il linguaggio, è un essere umano. Ecco la vera Torre di Babele. Il linguaggio. Non qualcosa che per essere portato a termine ha bisogno di una lingua comune. Ma qualcosa dalla quale tutte le diverse lingue sono accomunate. Non qualcosa di cui si narri la storia. Ma il fatto stesso che tutti noi, da sempre, narriamo storie. La costruzione della Torre di Babele non è stata impedita dal diversificarsi delle lingue, ma è fatta, è costituita da tutte le lingue. E ogni parola, ogni frase, in un qualunque idioma venga pronunciata o scritta, è un mattone, un gradino, un arco, una finestra di questa costruzione smisurata ‘la cui cima tocca il cielo’.”

Dello stesso autore

  • Madrigali per surfisti estatici, Ponte Vecchio, 2011
  • Rapsodie romagnole, Ponte Vecchio, 2014
  • Io non scrivo mai niente, Sagoma Editore, 2016
  • Sull’origine della luce è buio pesto, Miraggi Edizioni, 2016
  • I misteri di Cesena, Ponte Vecchio, 2016
  • Storia perfetta dell’errore, Rizzoli, 2018
  • Bomba atomica, Rizzoli, 2020
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Il razzismo sta nel linguaggio o nell’intenzione?

“Non è che ‘negro’ è il problema. Non è la parola, non è lingua. La ‘n word’ la chiamano adesso. ‘Negro’. Non si può più dire ‘negro’. E fino a quando non cureremo dall’ignoranza quelli che dicono ‘gay’, ‘ricchione’, ‘negro’, ‘nero’ con fare dispregiativo – che è quello il problema – ci resta un’unica soluzione: l’autoironia”.

Questo hanno detto Pio e Amedeo, duo comico, poche sere fa in prima serata su Canale 5.

Ma anche, rivolti ad Achille Lauro: “Ti piace la fica?”. Poi si sono slinguazzati, hanno inscenato un matrimonio tra due uomini vestiti da sposa e altre cose di questo tenore.

E quando ancora facevano il programma Emigratis, rivolgendosi alla ‘gnagna’ (due ragazze per strada): “Ti do il dolcetto a te, ti offro il cannolo. Ti piace prendere il gelato? Che tipo di intimo porti: slip, culotte o perizoma?”. E giù risate preregistrate. Giusto per avere un po’ di contesto.

Parlano due esperti di comunicazione e di linguaggio inclusivo, insomma.

La questione, però, è seria: il razzismo sta nel linguaggio o nell’intenzione?

Se dico ‘finocchio’, ‘checca’, ‘cicciona’, ‘culona’, ‘racchia’, ‘culattone’, ‘buliccio’ e simili, ma lo faccio ridendo e scherzando con gli amici, sono razzista o sono una simpatica guascona?

Il problema è che… sono d’accordo.

Sono d’accordo con Pio e Amedeo quando dicono che il razzismo si palesa nell’intenzione. Aggiungo, però, che si nasconde nell’espressione.

Perché devo dire ‘negro’, se so che la comunità nera ne sarà offesa; se so che quella parola, per chi è nero, ha un significato e si porta dietro del dolore? Perché devo dire ‘frocio’, se so che la comunità gay si risentirà, ci starà male, si sentirà discriminata?

Non esistono altre parole? Queste sono le più buffe che siamo riusciti a trovare?

Non esistono altri argomenti? Altre gag divertenti da mettere in campo?

Sono d’accordo con Pio e Amedeo: aspettiamo il giorno in cui il mondo sarà un posto così pacifico e accogliente da permetterci di scherzare su questi temi, in libertà. Ma quel giorno non è oggi. E non sono due maschi bianchi ed eterosessuali a poter parlare a nome di comunità di cui non conoscono storia, sofferenze e opinioni.

Parlano di autoironia.

L’autoironia che devono avere i negri e i froci, quando i gruppetti al bar li indicano e ridono di loro. L’autoironia che devono avere le ciccione e i ciccioni, quando vengono bullizzati.

Chiudo con le parole di Vera Gheno che, come sempre, sono perfette: “Una cosa giusta quei due l’hanno detta: le parole vanno valutate in base al contesto, all’interlocutore, alle intenzioni comunicative. Peccato che poi abbiano sbagliato contesto, interlocutore e intenzioni comunicative”.

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Istruzioni per diventare fascisti, Michela Murgia

Le mie note

“Quelle che seguono sono quindi istruzioni di metodo e in particolare istruzioni di linguaggio, l’infrastruttura culturale piú manipolabile che abbiamo. Perché mai uno dovrebbe rovesciare le istituzioni se per ottenerne il controllo gli basta cambiare di segno a una parola e metterla sulla bocca di tutti? Le parole generano comportamenti e chi controlla le parole controlla i comportamenti.”

“Scendere nel merito di queste idee non è produttivo: se si agisce sul metodo, invece, le cose verranno da sé. Poiché infatti in politica metodo e contenuto coincidono, il metodo fascista ha il potere della trasmutazione alchemica: se applicato senza preclusione ideologica trasforma in fascista chiunque lo faccia proprio, perché – come direbbe Forrest Gump – fascista è chi il fascista fa.”

“Una volta educato il popolo a riconoscersi in un capo, il secondo passaggio è mantenere il consenso attraverso una comunicazione efficace e il piú possibile banale. Banale, avete capito bene.”

“Se l’ostacolo che la contemporaneità mette allo sviluppo del fascismo è che adesso tutti – non solo il capo – hanno un modo per far sentire la propria voce, forse la soluzione piú fascista è proprio farli parlare. Ma sempre, però. Tutti. Contemporaneamente. Su tutto. Senza la minima gerarchia di autorevolezza tra opinioni.”

“Perché è proprio il fatto che lo facciano tutti a rendere la voce di ciascuno indistinguibile dalle altre e in definitiva ininfluente.”

“Occorre minare ogni principio di autorevolezza tra i pareri, dunque, affinché vero e falso non siano piú distinguibili in base a chi li afferma, ma per farlo sarà essenziale demolire le figure pubbliche che hanno un’autorità morale o scientifica, cioè quelli che pensano di saperne piú degli altri.”

“Non esiste una sola società al mondo dove i popoli preferiscano il congiuntivo.”

Della stessa autrice

SAGGISTICA

  • Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, Einaudi, 2008
  • Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Einaudi, 2011
  • L’ho uccisa perché l’amavo (falso!), con Loredana Lipperini, Laterza, 2013
  • Futuro interiore, Einaudi, 2016
  • Persone che devi conoscere, Messaggero di Sant’Antonio, 2018
  • L’inferno è una buona memoria. Visioni da «Le nebbie di Avalon» di Marion Zimmer Bradley, Marsilio, 2018
  • Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi, 2018
  • Stai Zitta, e altre nove frasi che non vorremmo sentire più, Einaudi, 2021

NARRATIVA

  • Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, Isbn, 2006
  • Accabadora, Einaudi, 2009
  • L’incontro, Corriere della Sera, 2011
  • Chirú, Einaudi, 2015
  • Noi siamo tempesta, Salani, 2019
  • Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe, con Chiara Tagliaferri, Mondadori, 2019
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Solo bagaglio a mano, Gabriele Romagnoli

Le mie note

“La guerra civile, i cecchini gli avevano insegnato qualcosa che si può applicare anche a circostanze meno drammatiche: se ti sposti sarai più difficile da abbattere. Se resti nella stessa casella, stesso quartiere, lavoro, gruppo familiare, quel gran tiratore che è il destino avrà più agio nel prendere la mira. Dopodiché, lo so, la morte può aspettarti a Samarcanda, dove ti affretti a giungere per evitarla avendola vista nei paraggi di un altrove nel quale ti trovavi. Ma tendo a credere al ragazzo di Kigali, e quindi a consigliare rapidi e frequenti spostamenti.”

Che l’esistenza sia unica non è un limite, ma la sua bellezza. Nel viaggio, eliminare dal bagaglio la ‘vita di scorta’ è un’operazione necessaria e sacrosanta. Non ci sono due vite e una morte: i conti si pareggiano.”

“Se fermaste cento persone in partenza all’ingresso di un aeroporto notereste una statistica, una proporzione inequivocabile: grande viaggiatore, piccolo bagaglio. E viceversa.”

“Hanno senso le relazioni ‘ad alto tasso di manutenzione’? I mutui sul novanta per cento del valore di un immobile? Quante vite hanno rovinato? Quanta gente ha trasportato più valigia che vestiti, più forma che sostanza, più apparenza che realtà?

“Conta che niente e nessuno ti ancori. Perché accettare situazioni o rapporti che ti chiedono (o impongono) di essere ciò che non sei? Sii un bersaglio mobile, ricordi?”

“Poi un giorno ho incontrato Tony Wheeler, ideatore delle Lonely Planet, le guide di viaggi più diffuse nel mondo, e gli ho sentito dire: “Il più delle volte ho trovato quel che cercavo quando mi sono perso.”

“Non penso mai alle cose che non posso più fare, penso a tutte quelle che posso ancora fare.”

“C’erano le cose che facevo prima e ci sono quelle che ho fatto, che faccio e farò dopo. È un altro modo di stare al mondo: non ho perso niente.”

Conta soltanto quel che ancora può essere.

“Lo ha detto bene Milan Kundera nel Libro del riso e dell’oblio: “Tutti dicono sempre di voler creare un futuro migliore, ma non è vero. Il futuro è un vuoto insignificante che non interessa nessuno. È il passato a essere pieno di vita, a essere capace di irritarci, provocarci, offenderci, a farci venire la tentazione di cancellarlo o modificarlo.”

““Joe, che effetto ti fa sapere che solo nella giornata di ieri probabilmente il padrone di casa ha fatto più soldi di quanti il tuo famoso romanzo ne ha incassati in tutto il mondo negli ultimi quarant’anni?”. Risposta: “Io ho qualcosa che lui non potrà mai avere”. “E che cosa sarebbe, Joe?” “La consapevolezza di avere abbastanza.”

“La farfalla non scava tane, non arreda nidi, non ha casa. È libera e leggera. È libera perché è leggera.

“Esiste una figura retorica a cui tendere: si chiama sineddoche. Indica una parte per il tutto. Realizzare la sineddoche di noi stessi è un obiettivo virtuoso. Significa non identificarsi attraverso una molteplicità di segni, oggetti, valori, ma tendere a uno, autoridursi nello spazio, concedersi meno tempo: essere, non ingombrare. È un progetto privo di ambizione? Tutt’altro. La maggior parte delle persone coltiva un’ambizione di tipo verticale. Vuole salire sempre più in alto.

““Non appartenere. E ricorda che disperazione e gioia non sono incompatibili”. Possiamo capire la situazione e disperarci, tuttavia essere contenti, perché ci siamo, perché capiamo, perché proveremo a risolverla e se non ce la faremo, se perderemo, non ci arrenderemo.”

“Sono pronto? No. Lo accetto? Ho forse scelta? Ma finché non è finita, non è finita. E anche allora, può sempre ricominciare. Il futuro è una valigia da aprire accettando ogni possibile contenuto. Possiamo provare a prepararcela da noi, ma senza esagerare, appesantirci, illuderci.”

Dello stesso autore

  • Navi in bottiglia, 101 microracconti, Mondadori, 1993
  • Oggetti da smarrire, Franco Cosimo Panini, 1994
  • In tempo per il cielo, Mondadori, 1995
  • Videocronache, Mondadori, 1997
  • AA.VV, Dal grande fiume al mare, Pendragon, 2003
  • Passeggeri – Catalogo di ragioni per vivere e volare, Garzanti, 1998
  • Louisiana blues, Feltrinelli, 2001
  • L’artista, Feltrinelli, 2004
  • Non ci sono santi (Viaggio in Italia di un alieno), Mondadori, 2006
  • Solo i treni hanno la strada segnata, Mondadori, 2008
  • Un tuffo nella luce, Mondadori, 2010
  • Domanda di grazia, Mondadori, 2013
  • Solo bagaglio a mano, Feltrinelli 2015
  • Coraggio!, Feltrinelli, 2016
  • Senza fine. La meraviglia dell’ultimo amore, Feltrinelli, 2018